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Image search, photo editing and production

Breve riflessione a margine di una foto virale

Screenshot del sito del Corriere della Sera 7 maggio 2019

E’ opinione comune tra gli addetti ai lavori che i fotografi in Italia siano le Cenerentole delle redazioni.

Da noi, più che in altri paesi, la foto giornalistica è spesso considerata un fastidioso obbligo da assolvere. Soprattutto su internet è praticamente impensabile pubblicare un articolo senza un’immagine che lo illustri, più per acchiappare click che per offrire ai lettori un’informazione approfondita.

L’uso sciatto e frettoloso delle immagini su molte testate italiane è una delle cause della pervasività di stereotipi visivi che alimentano pericolosi stereotipi mentali e provocano, nel tempo, la desensibilizzazione del lettore/spettatore ad alcuni temi.

Un esempio di attualità: rappresentare il tema delle migrazioni esclusivamente con immagini di barconi, soccorsi in mare e accampamenti, non aiuterà lo spettatore a percepire i migranti come persone comuni con sogni, desideri e ambizioni – uguali a quelli degli expat italiani che insegnano in prestigiose università straniere o servono lattes nei caffè di Londra – o a far comprendere meglio la scelta dei richiedenti asilo che fuggono da conflitti e violenze. 

E’ difficile comunque che un dibattito sull’uso delle foto giornalistiche e sui problemi della rappresentazione arrivino all’opinione pubblica, visto che il più delle volte le foto non vengono accreditate e si ricorre all’hotlinking o agli scatti inviati dai lettori per risparmiare. Il fatto che non ci siano mai soldi per le foto, e che la competizione tra fotoreporter e agenzie fotografiche sia una gara al ribasso, è storia vecchia.

Talvolta capita però che una foto diventi utile per ragioni di cronaca, o che diventi virale perché indispensabile per argomentare una tesi o raccontare un evento.

Sta succedendo in questi giorni con uno scatto del 2008 che ritrae Francesco Polacchi, editore di Altaforte, la casa editrice vicina a CasaPound, durante degli scontri a piazza Navona tra studenti dell’Onda (movimento studentesco nato per contestare alcuni provvedimenti legislativi presi in quei mesi dal governo Berlusconi), studenti del Blocco Studentesco (associazione di studenti di ispirazione neofascista, di cui appunto faceva parte Polacchi) e forze dell’ordine.

Ho ricordato subito quell’immagine quando l’ho vista, perché nel 2008 lavoravo nella redazione di Eidon, il collettivo di fotoreporter cui appartiene Vincenzo Tersigni, il fotografo che l’ha scattata.

Screenshot del sito di Eidon

Ho seguito quindi con interesse la ricomparsa di quella vecchia foto su social media, blog e testate online, curiosa di capire se qualcuno la accreditasse correttamente.

Mi è capitato così di notare un articolo del “Corriere della Sera” che accredita la foto alla pagina Facebook del deputato Pd Emanuele Fiano, che l’ha condivisa sul suo profilo.

E’ facile azzardare un’ipotesi sul perché sia così semplice trovare online una foto protetta da diritto d’autore senza specifiche menzioni al suo autore. Di solito quando una testata pubblica sul suo sito un’immagine non applica meccanismi che rendano impossibile copiarla, chiunque può quindi scaricarla facilmente e riutilizzarla (illegalmente) o “trovarla” su Google immagini grazie all’indicizzazione dell’articolo che la ospita.

Sono quindi piuttosto sicura che la foto di Vincenzo Tersigni abbia continuato a vivere di vita propria su internet fin dalla sua prima apparizione su testate che l’avevano acquisita legalmente nel 2008, indipendentemente dalla volontà del suo autore, che sicuramente non è stato ricompensato, ma nemmeno riconosciuto, da tutti quelli che hanno utilizzato il suo scatto.

Screenshot della ricerca a partire da un’immagine su Google

Aldilà dell’epic fail del “Corriere” che ha voluto mettere un credito facendo il lavoro solo a metà, cioè non preoccupandosi di risalire all’autore della foto, che per ironia della sorte è stato anche un fornitore della testata, l’oggetto di questa mia riflessione è l’atteggiamento comune nei confronti delle foto. Anche quelle che ci piacciono, ci interessano, ci servono e decidiamo di condividere e ricondividere.

Le usiamo alla leggera, spesso senza preoccuparci di sapere chi le ha scattate e se l’autore approverebbe il nostro utilizzo (vedi i casi recenti di Massimo Sestini e Tano D’Amico), le estrapoliamo dal contesto originario e talvolta ne diamo una lettura falsata, sfruttando l’ambiguità congenita di questo mezzo espressivo, la facilità con cui si può manipolare e distorcere l’origine di una foto e la banalità del detto “un’immagine vale più di mille parole”. 

E in tempi di fake news e incertezza dell’informazione sarebbe meglio avere un approccio più rigoroso.

Marina Cotugno   –   CC BY-NC-SA 3.0 IT

 

 

 

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