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Il coraggio di resistere. Storia delle foto della rivolta del ghetto di Varsavia

basta menate
Deportazione degli abitanti del ghetto di Varsavia. Il bambino con le mani alzate

“Tirati fuori dai bunker con la forza”. Didascalia originale del Rapporto Stroop.

 

Ci sono foto iconiche che tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita e che sono diventate un mezzo per ricordare il passato.

Pensiamo alla guerra civile spagnola quando vediamo il “Miliziano colpito a morte” di Robert Capa; nonostante l’abbondante copertura mediatica ricevuta, “Napalm girl” di Nick Út è l’immagine della guerra in Vietnam; la foto del “Rivoltoso sconosciuto” fermo davanti a una colonna di carri armati è sicuramente più famosa delle motivazioni delle proteste in piazza Tienanmen nel 1989.

Ma anche le icone hanno la loro storia ed è bene non dimenticare perché sono state scattate e da chi. A volte i significati che attribuiamo a una fotografia sono in conflitto con le motivazioni dell’autore, e ancorare la memoria a un’immagine rischia di farci privilegiare un solo aspetto di una storia più complessa.

E’ il caso delle fotografie della rivolta del ghetto di Varsavia che fanno parte del “Rapporto Stroop” e che sono liberamente a disposizione in Wikimedia Commons.

Durante l’occupazione tedesca della Polonia, iniziata nel 1940, tutti gli ebrei polacchi furono costretti a vivere in ghetti chiusi nelle città più grandi. La vita nei ghetti era difficile e molte persone morirono per la mancanza di mezzi di sostentamento, per le dure condizioni lavorative, la scarsità di cibo e le epidemie che si diffondevano rapidamente a causa del sovrappopolamento. Nel 1942 una deportazione di massa diminuì notevolmente il numero di abitanti del ghetto di Varsavia e nel 1943 da Berlino arrivò l’ordine di accelerare la “soluzione finale” deportando gli ebrei rimasti nei campi di concentramento. A quel tempo gli ebrei avevano già scoperto che i “campi di lavoro” erano in realtà campi di sterminio e nei ghetti delle città polacche erano nati dei movimenti di resistenza.

A Varsavia i membri della resistenza si erano addestrati per due anni, si erano procurati e fabbricati armi e avevano costruito bunker sotterranei. Quando i nazisti entrarono nel ghetto il 19 aprile 1943 per completare la deportazione degli abitanti trovarono le strade vuote e furono accolti da colpi di armi da fuoco e granate artigianali. Dopo tre giorni di combattimenti l’ufficiale in comando, il Brigadeführer Jürgen Stroop, ordinò di dar fuoco al ghetto isolato per isolato. Ci volle un mese per distruggere il ghetto e i sopravvissuti furono catturati, uccisi poco dopo o inviati nei campi di concentramento.

La rivolta del ghetto di Varsavia era destinata al fallimento fin dall’inizio. I pochi sopravvissuti che sfuggirono alla cattura spiegarono poi che le persone erano consapevoli di andare incontro alla morte ma che vollero scegliere come morire.

La notizia della rivolta uscì dal ghetto e la sua importanza fu subito chiara. Si trattava della prima ribellione di massa in un paese occupato, attuata dalla popolazione più perseguitata. Impegnò i tedeschi contribuendo ad aiutare la resistenza polacca e a portare la questione dello sterminio degli ebrei all’attenzione degli Alleati.

Esiste una parziale documentazione fotografica della rivolta, prodotta dai nazisti. Colti di sorpresa dalla resistenza degli ebrei, stilarono un rapporto ufficiale – che era anche un pamphlet propagandistico – destinato a Heinrich Himmler intitolato “Il quartiere ebraico di Varsavia non esiste più!”

Membri della resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia catturati dai soldati nazisti

Questi banditi hanno opposto resistenza armata. Didascalia originale del Rapporto Stroop

Le fotografie contenute nel “Rapporto Stroop”, come il documento è conosciuto oggi, mostrano le fasi finali della distruzione del ghetto e la cattura dei combattenti e delle persone nascoste nei bunker.

Furono scattate da Franz Konrad, un comandante di medio livello delle SS, responsabile del saccheggio delle proprietà degli abitanti del ghetto di Varsavia, e dai membri della Propaganda Kompanie n. 689. Nelle loro intenzioni le foto avrebbero dovuto mostrare la superiorità del popolo tedesco, il disprezzo per una razza considerata debole e inferiore e la capacità di eliminarla senza mostrare alcuna compassione. E difatti mostrano la resa e la cattura dei «banditi» che avevano osato «opporre resistenza armata», le file di persone terrorizzate che vengono deportate, le umiliazioni, i morti.

Le didascalie originali non documentano gli eventi e spesso non hanno nemmeno attinenza con le immagini, ma forniscono una testimonianza della spregevole mentalità nazista. 

In queste fotografie vediamo le vittime con gli occhi dei carnefici.

Due copie del rapporto furono trovate dagli Alleati dopo la guerra e usate come prove al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga. Nel 1954, durante i processi agli ufficiali nazisti, il “New York Times” pubblicò alcune delle foto del “Rapporto Stroop”, inclusa la più conosciuta, l’immagine di un ragazzino con un cappello troppo largo e i pantaloni corti che alza le mani in segno di resa, che sarebbe poi diventata uno dei simboli della Shoah.

Nel dopoguerra, quando le vittime e i sopravvissuti alla Shoah vennero biasimati (da ebrei e non ebrei) per essersi lasciati condurre alla morte come “pecore al macello”, le foto del “Rapporto Stroop” sembrarono offrire una prova della loro passività. 

Sopravvissuti ai campi di concentramento, storici e psicologi hanno sostenuto che questa tendenza a colpevolizzare le vittime è generata dal bisogno dei perpetratori di giustificarsi per i crimini commessi e dalla necessità di assolvere l’indifferenza di chi era rimasto a guardare.

Nonostante la sconfitta e la condanna unanime, l’ideologia e l’antisemitismo del nazismo hanno contaminato la percezione dalla Shoah,  anche perché la propaganda nazista è stata la principale fonte di fotografie e filmati. Ciò ha contribuito a creare lo stereotipo teorico e visuale della presunta passività degli ebrei con cui la produzione storica ha dovuto confrontarsi per tre decenni prima di poterlo smantellare.

Distruzione del ghetto di Varsavia, via Zamenhofa verso nord

Distruzione di un isolato. Didascalia originale del Rapporto Stroop.

Negli ultimi anni alcuni importanti studi sulla rappresentazione visiva della Shoah hanno sollevato la questione di cosa, come – e se – ricordiamo grazie alle fotografie.

L’attitudine prevalente dei media, fin dai prima articoli che uscirono subito dopo la fine della guerra, è stata quella di usare le foto relative alla Shoah più come simboli delle atrocità commesse da nazisti che come foto giornalistiche. All’epoca questo atteggiamento era dovuto alla mancanza di regole condivise sul lavoro e sul comportamento dei fotoreporter e su come usare le immagini nei giornali. Molto spesso le didascalie non riportavano la data o il luogo dello scatto e nelle redazioni c’erano dibattiti aperti (proprio come accade oggi con altri orrori) riguardo a quali foto dovessero essere pubblicate e come queste avrebbero dovuto plasmare la memoria collettiva.

Si tratta di uno dei primi esempi di come le redazioni occidentali abbiano deciso che le immagini dovessero avere un primato sulle parole a causa della loro immediatezza, senza riflettere su come le stavano effettivamente usando e su quali sarebbero state le implicazioni a lungo termine di una tale strategia.

La ripetizione di fotografie simboliche, slegate dal loro contesto originario, e il loro riuso per veicolare messaggi diversi spesso finisce con il cancellare i fatti, dando vita a una memoria difettosa.

Nel 2016 la rivista “Time” ha inserito la foto del “ragazzino del ghetto di Varsavia” nella lista delle cento fotografie più influenti di tutti i tempi, affermando che il ragazzino – che non è ancora stato identificato nonostante gli sforzi compiuti – «rappresenta il volto dei sei milioni di ebrei indifesi uccisi dai nazisti» (il corsivo è mio). 

Nel 2017 il “Rapporto Stroop” è stato presentato dalla Polonia per essere incluso nel Registro della Memoria del Mondo dell’UNESCO. Le due copie originali sono oggi conservate dall’Institute of National Remembrance (IPN) polacco e dalla National Archives and Record Administration (NARA) degli Stati Uniti. Le foto del rapporto sono a disposizione di tutti su Wikimedia Commons poiché entrambi gli istituti considerano il materiale in pubblico dominio.

Nonostante ciò, fin dagli anni novanta, l’agenzia fotografica Corbis prima e Getty Images, che l’ha acquisita e ne ha rilevato gli archivi, hanno continuato a vendere i diritti di utilizzo di queste foto rivendicandone il copyright.

 

Un’importante fonte per questo articolo è stato il saggio di Barbie Zelizer Remembering to Forget: Holocaust Memory Through the Camera’s Eye

The English version of this post is here https://blog.openartimages.com/2021/03/06/the-stroop-report/

Marina Cotugno CC BY-NC-SA 3.0 IT

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